Il suono e l’ineffabiledi Puran Kuar |
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All’inizio della loro storia gli uomini si raccolsero intorno al fuoco. Un gruppo di uomini si raccolse però intorno al grido: grido di guerra, grido di terrore, grido di gioia, grido d’amore, grido di dolore, grido di morte così l’urlo primordiale è divenuto l’atto fondativo delle prime comunità. L’uomo creò poi quel ritmo uno/due uno/due che riproduce il ritmo della vita intrauterina, il battito del cuore, il ritmo sonno/veglia, sazietà/fame. Anche gli animali gridano, anche il vento quando minaccia tempesta, anche il mare, ma solo l’uomo si raccoglie intorno al proprio grido e quando non lo provocano gli eventi lo costruisce per rintracciare le trame profonde che lo guidano. Interprete di questo di questa trama profonda è la musica che, nel suo ritmo originario, precede la parola e concede all’uomo brevi istanti per accogliere l’eterno. Anche il linguaggio è suono e richiama immagini o simboli cui è stato precedentemente attribuito un valore evocativo. E’ quindi un suono, sebbene in forma altamente elaborata e con eccezionali implicazioni, che funge da liason tra noi ed il nostro pensiero, il quale forma compiuta appunto nella parola. La psicologia, l’antropologia, la sociologia concordano nell’affermare che il pensiero si compie con la parola e che il linguaggio dunque non è solo suono, ma compiutezza dell’attività mentale. Esprimere un suono significa scegliere fra suono e silenzio, e ci consente di risvegliare la nostra dimensione più profonda , quella che non si identifica nella più vuota astrazione, ma coincide con quello che in noi c’è di più irriducibile e che in un certo senso è lo scarto che esiste tra noi e ciò che di noi sappiamo. Quindi è il mezzo che ci trasporta nello strato più profondo ed interiore di noi stessi. La musica copre questa lontananza da noi stessi, che nulla raggiunge perché è puro suono del sentimento e ascoltarla diviene autoascolto ed un muoversi dall’intimità del soggettivo all’assoluto. La musica riproduce la condizione umana, perché l’armonia è desiderio insito nell’uomo. La dissonanza riproduce l’inquietudine umana, il tormento che deriva dal limite della sua condizione e all’interno di questa lettura l’armonia non è buon accordo fra le note, quanto la corrispondenza fra l’emissione della sonorità cosmica e la percezione dell’anima umana: la musica riempie l’infinito e l’anima l’avverte. Anche per questa ragione, e forse soprattutto per questa, il suono è lo spazio fra noi e ciò che sappiamo di noi e l’armonia del suono non è l’equilibrio delle note ma l’armonia che si crea fra noi e l’infinito: il concetto di armonia non è tanto il buon accordo dei suoni quanto la corrispondenza tra la sonorità cosmica e la percezione dell’anima umana. La musica riproduce l’armonia delle sfere celesti e la dissonanza rappresenta l’inquietudine dell’uomo che tende sempre comunque alla ricerca della consonanza. Si tratta di quel movimento che accorda la nostra anima con i punti dell’universo e con mondi lontanissimi; è la corrispondenza tra l’anima dell’uomo e l’anima dell’universo; quella pulsazione cosmica che diventa pulsazione dell’anima e rende intimamente presente ciò che è lontano. Il suono, la musica , ci rapisce per dei sensi e dei significati che stanno al di là di tutti i significati codificati dalle parole; ci immette nella trascendenza lasciandola nella sua inesplicabilità.La musica testimonia che l’essenziale in tutte le cose è un non so che d’inafferrabile e d’ineffabile, inesprimibile con le parole. La musica non è fatta per rivelare il senso, piuttosto lo rende volatile e fugace per portarlo alla percezione dell’uomo. Ci rende percettibile la contraddizione della vita: lo stare continuamente e contemporaneamente fra senso e non senso, fra espressione ed inesprimibile, fra detto ed ineffabile: esprime l’inesprimibile all’infinito. Pensiamo alla differenza fra il suono delle Sirene ed il suono di Orfeo; entrambi sono suono, musica, ma esprimono sentimenti contradditori: sconosciuto e conosciuto – vita e morte. E’ di nuovo la contraddizione della vita espressa dal suono. Il suono conosce poi l’eco che è il riflesso del suono stesso, ne è il prolungamento. E’ il contrario di un riempitivo o di un pleonasmo. La “seconda volta” offre un seguito all’istante e gli permette di sopravvivere. Secondo Puskin come il poeta fa eco alla natura, così la musica fa eco a se stessa e nella ripetizione acquista un senso più profondo e dispiega una forza ammaliatrice. Tra la prima e la seconda volta si verifica la magia, l’incantamento e mentre ascoltare sempre le stesse cose è noioso, ascoltare la stessa musica è piacevole, perché cambiano i canoni dell’ascolto. Il riascoltare è un emozione talmente forte che ci fa sentire a casa, dentro di noi. Nella poesia e nella musica ciò che è stato detto è da dire e ridire, ancora e ancora. Ricreare qui è creare, rifare è fare. Come il linguaggio prima di essere espresso deve essere pensato, così anche nella musica il senso del principio deve pre-esisterle per poter essere espresso. Prima della musica intesa come messaggio acustico avvertito dall’orecchio umano, ci sarebbe una musica, una sonorità, soprasensibile, come una musica inespressa, anteriore agli strumenti. Si ipotizza, insomma, una musica metafisica: quella musica delle sfere celesti che i nostri predecessori intuivano e che arriva fino a noi in una forma che possiamo percepire attraverso le orecchie e che ci conduce spesso verso una bellezza imprevista e, per dirla con Platone, la musica penetra nell’interiorità dell’anima e s’impadronisce di essa. La musica non esprime punto per punto, parola per parola, ma suggerisce a grandi linee; così come l’anima non è localizzabile in nessuna parte del corpo ma piuttosto è una presenza diffusa in tutto il corpo. Il suono, la musica, sono fascino e non si frazionano, sono sempre una totalità mai una somma delle parti, ma un insieme impalpabile ed indiviso: tanto che basta spostare un tassello per vanificare l’originalità qualitativa. La musica significa qualcosa in generale non nel particolare; è l’essenza pura ed indeterminata della mobilità ed è efficace sia quando comunica il senso che vorrebbe suggerisce sia quando esprime l’emozione che sorge spontaneamente. Come suggerisce Schopenhauer la musica non esprime una gioia determinata o una tristezza particolare, ma la Gioia, la Tristezza, l’Amore. E’ l’emozione nella sua assoluta indeterminatezza, la pura capacità emozionale dell’anima. Si distende davanti a noi l’infinito, il possibile, l’indeterminato e lo spirito percorre biforcazioni biforcate e significati inesprimibili e tocca quella profondità che è l’immenso divenire delle riflessioni suscitate. Il mistero che la musica ci comunica non è la sterilità della morte, ma la fecondità della vita, della libertà. Il mistero della musica non è l’indicibile, ma l’ineffabile. L’indicibile infatti è il desolante non-essere e la tenebra ci impedisce di accedere al suo mistero: indicibile dunque perché non c’è nulla da dire e l’uomo rimane muto. L’ineffabile invece è l’inesprimibile perché su di esso c’è molto da dire: è l’insondabile mistero dell’amore. Quando manca la parola inizia la musica che ha senso solo indirettamente e suggerisce senza fissare significati. E’ la voce del ricordo irreversibile che sussurra all’orecchio del nostro animo cose segrete. Non consiste il suono anche in questo turbamento? Il giorno e la notte, le stagioni, gli usignoli ed il fruscio delle foglie sussurrano un segreto a coloro che sanno ascoltare: la musica inudibile delle sfere celesti, le armonie invisibili. E l’uomo ascoltando l’ineffabile non sa cosa fare per portarsi all’altezza di ciò che prova e scopre l’umiltà di fronte all’incomprensibile. Come la danza (moto senza scopo), il dramma (azione fittizia) o come i gesti poetici o rituali, la musica è un gesto nascente. Il rumore è connesso alla presenza umana, che comunque non è che un sospiro appena udibile nel silenzio eterno degli spazi infiniti. Il silenzio dice Bacone è il sonno che nutre la saggezza, la fermentazione del pensiero. E’ insomma una grandezza negativa, nel senso di negazione della presenza umana, che è però positiva perché in esso vive il pensiero. Di fatto i silenzio non è il non-essere, ma esclude un solo senso: l‘udito. E non solo annulla un solo senso ma ,non è mai assoluto. Il silenzio più comune è quello delle parole: esiste il silenzio che ci riposa dalle chiacchiere e la parola che ci riposa dal silenzio opprimente. La musica proprio è quest’ultimo tipo di silenzio: è una presenza sonora pur essendo una forma di silenzio. E’ il silenzio relativo che consiste nel cambiare tipo di rumore, nel passare dal chiasso all’ordine sonoro. Questo rumore melodioso, misurato, incantato deve essere circondato di silenzio per essere ascoltato ed essa lo impone al ronzio delle parole. L’istante che precede l’inizio della musica è chiamato “pianissimo antecedente” ed è quell’emergenza dal silenzio precedente della musica appena udibile. E’ una voce sconosciuta e ignota che si nasconde dietro al silenzio: perciò l’uomo attento scava attraverso lo spessore rumoroso che lo circonda per portare allo scoperto le pieghe trasparenti del silenzio,quindi penetra all’infinito nella profondità del silenzio per scoprirvi la più segreta delle musiche – se il silenzio è al di là del rumore, l’armonia invisibile è al di là del silenzio stesso. E’ come se l’uomo ascoltasse un messaggio appena percettibile da qualche lontano pianeta: col cuore che batte tratterrebbe il respiro per percepire il messaggio sconosciuto che giunge attraverso il silenzio degli spazi infiniti. La musica è un silenzio udibile e sussurra nell’orecchio mentale dell’uomo e nel silenzio profondo, nelle vaste solitudini, l’orecchio dell’anima e quello del corpo ascoltano suoni remoti, rumori infinitesimali della presenza universale. Come la notte fa apparire le stelle nel cielo, così l’acquietamento del tumulto fa sorgere il canto magico dell’interiorità: “è tardi: un campanile di lontano scandisce le ore della notte, un filo d’erba sospira, una goccia di rugiada cade, uno zampillo d’acqua mormora sottovoce, la brezza fa scricchiolare le foglie secche… si potrebbe sentire l’acqua che dorme”. Come i chiaroveggenti con questo tipo di sensibilità vedono essenze invisibili, il silenzio sviluppa una finezza di udito grazie alla quale si odono i mormorii più leggeri. Il silenzio è un buon conduttore: trasmette all’uomo i sottintesi nascosti e lo fa giungere al suono del mistero universale. Il suono acquista dunque energia alle sorgenti del silenzio, che non è un non-suono ma “altro suono”. La voce altra , la voce che il silenzio ci fa sentire, si chiama musica. Entrambi ci ricordano il mistero che portiamo in noi stessi.Concludo ricorrendo all’aiuto del maestro Riccardo Muti: “nella musica i contrasti sono in funzione dell’armonia e l’accordo dove immediato è il sussulto dell’inquietudine invoca l’accordo dove si distende la quiete che accoglie e immette in quell’atmosfera trasognata, e quindi anche un po’ irreale, che siamo soliti chiamare “pace”. Sat Nam Puran Kaur Solstizio d’estate 2002 |